Dal romanzo “Hitler”: “Apocalisse con figure”

Oltre al testo che segue sotto l’immagine, il quale è la versione integrale della sezione che nel romanzo “Hitler” è delimitata da due pagine nere, l’iniziale e la finale, è a disposizione on line una installazione multimediale che si intitola allo stesso modo, con immagini documentali, testi e musiche tratte da Xenakis e Pärt.

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Giuseppe Genna

APOCALISSE CON FIGURE

(1941-1945)

“È fatto divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”
614ma norma del canone ebraico istituita da Emil Fackenheim, in La presenza di Dio nella storia

“Si possono esaminare tutte le ragioni, tutti i tentativi di spiegazione: il contrasto tra lo spirito tedesco e lo spirito ebraico, l’infanzia di Hitler, e così via. Ogni spiegazione può essere vera e tutte le spiegazioni prese insieme possono essere vere. Ma sono semplici condizioni: se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. E io dico che c’è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro. Non si può generare un male di questa portata. E se si comincia a spiegare, a rispondere alla domanda ‘perché?’, si finisce, lo si voglia o no, per giustificare. La domanda in se stessa esibisce la sua oscenità. Perché gli ebrei sono stati uccisi? Perché non c’è risposta alla domanda ‘perché?’”.
Claude Lanzmann, regista di Shoah, a Ron Rosenbaum in Il mistero Hitler

 

 

Porto a voi una preghiera diversa. Voi che siete gli innocenti dispersi. Gli innocenti concentrati in luoghi di non dicibile sterminazione, di ineffabile orrore. Voi che siete la nemesi della non-persona, che vi ha trascinati oltre fili spinati, per degradarvi, per disumanizzarvi con la scientezza di un boia colossale, che proviene da regioni esterne dell’universo. Voi sei milioni di nomi a cui si conduce un omaggio microscopico e inadatto: le parole di questo libro, le parole di tutti i libri. Voi i cui nomi, uno per uno, meriterebbero di abradere le parole che qui si stanno scrivendo, e di prenderne i posti e le vostre storie, e i volti che avete visto e le gioie che avete vissuto, e i dolori anche, anche le tragedie: sei milioni di nomi uno dietro l’altro, tornati individuabili, nel digesto finale della nostra storia.
Voi a cui porto una diversa preghiera. Con l’umiltà di chi dopo, grazie voi, è: ringraziando, rendendo la testimonianza impossibile. Oltre ogni possibilità, sempre, sia resa la testimonianza. Non la visione: la testimonianza.
Voi abbandonati inanimi in fosse dette comuni.
Non muti, continuate a parlare.
Parole vostre, e di chi riuscì a sopravvivere, compongano questo memoriale in azione.
La letteratura non redime, perché la letteratura ha creato lui, la non-persona che dispose il vostro genocidio. Lui, che letterariamente parlò alle folle invasate, inebriate, in ipnosi cieca e furiosa, desideravano quelle parole, e che in silenzioso segreto fece attuare per mani altrui, complici, lo sterminio.
E i bambini.
Voi tutti, nel separarvi dal corpo, ancora in forze od oramai disfatto in cencio d’ossa e organi minati, sotto i proiettili, nelle fiamme, nei gas inalati, non deposti ma rovesciati nella berciante fretta in buche di terra gelida a liquefarvi: un attimo prima di perdere coscienza, voi, i Santissimi, siete tornati bambini.
Bambini, siete qui e ora, nella sostanza cieca di una beatitudine senza corpo.
Conoscete tutto.
Quanto è difficile scrivere questo. Quanto sono state dure per lo scrittore le pagine precedenti, che conducevano a questo.
Vittime, voi, dell’impunità di una storia che continua, a cui si tenta di opporre arte e memoria, incluse queste parole, sapete che la letteratura non redime, le sentenze non redimono.
Infinitamente piccolo, di fronte voi, alti Santissimi, io invoco come nei tempi antichi la forza e la radiazione, come le Muse per chi mi precedette, affinché le mani scrivano quanto deve essere scritto in nome dei vostri nomi, della vostra Santità di separati, di esclusi da una non-persona.
Voi, fratelli maggiori invisibili, sostenete queste mani, questa mente.
Come in Geremia, alla fine del suo libro, incastonato nel Libro, io sono il re di Babilonia. Io sono il terminale dell’occidente che aveva segretamente in cuore la vostra morte, tutto l’occidente che l’ha preparata per secoli: io mi faccio carico di questo. Io sono, voi siete Evil-Merodàch, re di Babilonia. Geremia disse: “Ora, nell’anno trentasettesimo della deportazione di Ioiachìn re di Giuda, nel decimosecondo mese, il venticinque del mese, Evil-Merodàch re di Babilonia, nell’anno della sua ascesa al regno, fece grazia a Ioiachìn re di Giuda e lo fece uscire dalla prigione. Gli parlò con benevolenza e pose il seggio di lui al di sopra dei seggi dei re che si trovavano con lui a Babilonia. Gli cambiò le vesti da prigioniero e Ioiachìn mangiò sempre il cibo alla presenza di lui per tutti i giorni della sua vita. Il suo sostentamento, come sostentamento abituale, gli era fornito dal re di Babilonia ogni giorno, fino al giorno della sua morte, per tutto il tempo della sua vita”.

Tornando dal fronte russo, in arretramento tutte le divisioni della Wehrmacht, mentre l’Armata Rossa vomitava dalla Siberia inestinguibili riserve umane e i binari delle retrovie venivano fatti saltare in dodicimila punti da partigiani impavidi nel gelo sovietico – tornando a piedi con la sua divisione, il soldato tedesco W.R. sentì sotto la suola destra, a fiore di terra, scricchiolare e spaccarsi un osso. Si piegò, immerse le mani nel terriccio sfatto in fango, scostò la massa terrosa e vide il gomito slogato che si era spezzato al suo peso: sepolto. Chiamò gli altri commilitoni, e scavarono, per un’area che si estendeva oltre quanto riuscirono a scavare, e videro nel fango i capelli, la pelle conservata dal gelo trascorso degli inverni, e le ossa, e l’informe colliquame di migliaia di corpi che furono vivi, e videro i crani perforati da colpi a bruciapelo, lembi di pelle su cui le fiamme postume non avevano attecchito.
Erano alle porte della città di Dvinsk, arretrando in fuga verso il Baltico, lungo il fiume Daugava, sulla strada al ventiduesimo chilometro.
Il soldato chiese: “Siamo stati noi? Siamo stati noi a fare questo?”

Voce di Heinrich Himmler nel 1940, allocuzione alle divisioni di Einsatzgruppen, disse: “È molto più facile andare contro il fuoco nemico con una compagnia, anziché provvedere, con una compagnia, a schiacciare, in un determinato territorio, una popolazione recalcitrante di specie culturalmente inferiore, compiendo esecuzioni, deportando la gente, portando via donne urlanti e piangenti… Tutto questo dover fare, l’attività segreta, stare di guardia alla Weltanschauung, questo essere coerenti con se stessi, questo dovere ignorare ogni compromesso, in molti casi è molto, molto più difficile. […] Esiste una soluzione chiara e limpida del problema giudaico: fare sparire questo popolo dalla faccia della terra. Le SS si sono assunte questo onere, noi ci siamo caricati della responsabilità relativa. E ne porteremo il segreto nella tomba con noi”.

Bocca di Adolf Hitler, il labbro inferiore unto di saliva e di purea di coste e patate lesse sminuzzate, fatta fuoriuscire la forchetta ancora lorda di un filamento di costa unto, pronuncia: “La natura è feroce, e quindi possiamo esserlo anche noi. Se io spedisco il fiore dei tedeschi nella tempesta d’acciaio della guerra che si prepara, senza provare il minimo dispiacere per il prezioso sangue tedesco che verrà versato, non dovrei avere il diritto di togliere di mezzo milioni di individui di una razza inferiore, che si moltiplicano come insetti nocivi?”

Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte, noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo, la sera noi beviamo e beviamo… Nella casa vive un uomo che gioca con le serpi, che scrive,
che scrive in Germania, quando abbuia i tuoi capelli d’oro Margarethe, i tuoi capelli di cenere Sulamith, noi scaviamo una tomba nell’aria, chi vi giace non sta stretto…

5 ottobre a Dubno, in Ucraina. L’ingegner H.F.G. testimonia: “Moennikes e io andammo direttamente alle fosse. Nessuno pensò di impedircelo. A questo punto udii provenire da dietro una collinetta di terra vari colpi di fucile in rapida successione. Le persone, scese dai camion, uomini donne e bambini di ogni età, su comando di un SS, che impugnava una frusta o uno scudiscio, dovettero spogliarsi e deporre i propri effetti in luoghi prestabiliti, le scarpe divise dagli abiti e dalla biancheria intima. Il mucchio delle calzature comprendeva, da quel che ho visto, da ottocento a mille paia, e c’erano grandi mucchi di biancheria e di abiti. I deportati si spogliavano senza pianti né grida, se ne stavano raccolti in gruppi per famiglia, baciandosi e dicendosi addio a vicenda, in attesa del cenno di un altro SS che era sceso nella fossa e impugnava del pari una frusta. Durante il quarto d’ora in cui sono rimasto accanto alle fosse, non ho udito nessun lamento o implorazione.
C’era per esempio una famiglia di forse otto persone… Un’anziana con i capelli candidi reggeva in braccio un bambino di forse un anno, canticchiandogli qualcosa e facendogli il solletico, e il bambino lanciava gridolini di piacere. Il padre e la madre guardavano la scena con gli occhi imperlati di lacrime; l’uomo teneva la mano di un ragazzino sui dodici anni, parlandogli a voce bassa, e il ragazzo faceva del suo meglio per inghiottire le lacrime. Il padre indicava con il dito il cielo, accarezzava la testa del figlio, sembrava spiegargli qualcosa. A questo punto, lo SS che si era calato nella fossa gridò qualcosa al suo camerata: questi isolò dal resto una ventina di persone e ingiunse loro di recarsi dietro la collinetta di terra. Tra queste si trovava la famiglia di cui ho testé parlato. Mi ricordo perfettamente di una ragazza sottile e coi capelli neri che, passandomi accanto, indicò con un cenno se stessa e disse: ‘Ventitré anni!’. Mi recai a mia volta dietro la collinetta di terra e mi trovai di fronte a un’enorme fossa; in questa le vittime giacevano fittamente ammucchiate l’una sull’altra, tanto che se ne vedevano soltanto le teste, e da tutte il sangue scorreva sulle spalle. Alcuni dei fucilati si muovevano ancora, certuni alzando le braccia e agitando il capo, per mostrare che erano ancora vivi… Volsi lo sguardo all’uomo che provvedeva alle esecuzioni, un SS che se ne stava seduto per terra, sul lato minore della fossa, con le gambe penzoloni in questa, un mitra di traverso sulle ginocchia, intento a fumare una sigaretta. I fucilandi, completamente nudi, scesero nella fossa per una rampa scavata nella parete di fango e, inciampando nelle teste dei caduti, raggiunsero il punto indicato loro dalle SS. Si disposero davanti ai morti o feriti, alcuni di loro facendo una carezza a quelli che erano ancora vivi e dicendo sottovoce qualcosa. A questo punto risuonò una scarica di mitra. Guardai nella fossa e vidi che alcuni dei corpi erano ancora agitati dalle contrazioni agoniche oppure erano già immobili. Dalle nuche ruscellava il sangue”.

Distruzione del carnaio di Kiev: “Ho assistito alla cremazione dei cadaveri di una fossa comune presso Kiev, durante la mia visita del mese di agosto 1942. La tomba aveva cinquantacinque metri di lunghezza, tre di larghezza e due e mezzo di profondità. Aperta la fossa, i corpi furono coperti di combustibile e dati alle fiamme. Per la cremazione occorsero quasi due giorni. Io avevo cura di sorvegliare che tutta la fossa fosse percorsa dal fuoco vivo fino in fondo. Così tutte le tracce furono cancellate…”

È certo che la decisione circa la soluzione finale, quale che sia il momento in cui venne formulata, non aveva nulla a che fare con l’aggravarsi della situazione sui fronti. I massacri erano coerenti con l’insieme del pensiero hitleriano e, a partire da tali premesse, addirittura inevitabili. Per Hitler il giudaismo, come più volte aveva dichiarato e scritto, era il vero agente infettivo della grande malattia mondiale. Quindi, secondo una concezione apocalittica, si trattava di sradicarlo dalla sostanza biologica.

Dicembre 1941. Kulmhof, nome tedesco per il polacco Chelmno. Castello di R.
Dalle stanze del castello vengono fatti discendere sei disabili mentali: le loro fisionomie contorte, le sopracciglia folte, gli sguardi bui, interrogativi senza interrogazione, la donna grassa in camicia da notte a piedi nudi. Scendono la scalinata. Di fronte al portale principale è il camion. È a tenuta stagna: un convoglio metallico. Non è evidente, verso l’angolo destro della pancia del camion, a poca distanza dall’albero a camme, il foro da cui penetra il freddo all’interno del container.
Piccola scaletta per fare salire, difficoltosamente, all’interno i disabili, che si muovono a scatti disarticolati, uno cade dalla scaletta e si ferisce in fronte e piange come un bambino.
Chiusura delle porte.
All’autista è stata somministrata una generosa dose di vodka.
I disabili, all’interno di quella cella su quattro ruote, metallica e spoglia, hanno freddo e paura, si agitano, è buio, battono coi pugni le pareti metalliche.
Viene connesso un tubo tra lo scarico del camion e il foro aperto sul pavimento del container: SS serrano i manicotti.
Ordine di accendere il motore.
Ordine di sistemare in folle la marcia.
Ordine di accelerare per emettere maggiormente gas di scarico.
Ordine di ingranare la prima, la seconda marcia, di girare in tondo.
Attesa.
Apertura della camera stagna del container: totalmente satura di gas.
A terra, morti per asfissia, i sei malati mentali, l’esoftalmo che impressiona, il colorito epidermico cianotico.
Ha funzionato. È il modello. Parte da qui.

I vostri nati torcano i visi da voi

Dal diario dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg: “31 marzo 1941. Discorso del Führer a cerchia ristretta. ‘Compiti speciali’ a Himmler, per la soluzione del problema giudaico.
2 aprile 1941. Convocato dal Führer. Quello che oggi ho saputo non lo voglio scrivere ma mai lo dimenticherò”.

Il 17 marzo 1942 il lager di Belzec intraprese la propria attività, mediante l’utilizzo di gas asfissianti, con una “capacità di sterminio” giornaliera di quindicimila persone.

Che cosa ha provato la prima volta che ha scaricato i cadaveri, quando si sono aperti gli sportelli del suo primo camion a gas?
“Che cosa poteva fare? Piangeva… Il terzo giorno ha visto sua moglie e i suoi figli. Ha deposto sua moglie nella fossa e ha chiesto di essere ucciso. I tedeschi gli hanno detto che aveva ancora la forza di lavorare e che non lo avrebbero ucciso per il momento”.
Faceva molto freddo?
“Era l’inverno del 1942, all’inizio di gennaio”.
In quell’epoca non si bruciavano i cadaveri, semplicemente li si sotterrava?
“Sì, li sotterravano e ogni fila era ricoperta di terra, non li bruciavano ancora. C’erano circa qquattro o cinque piani, e le fosse erano a forma di imbuto. Gettavano i cadaveri in quelle fosse, dovevano disporli come aringhe, uno per la testa, uno per i piedi”.

Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte, noi ti beviamo al meriggio come al mattino, ti beviamo la sera, noi beviamo e beviamo, nella casa vive un uomo, i tuoi capelli d’oro Margarethe, i tuoi capelli di cenere Sulamith, egli gioca con le serpi… Egli grida: suonate più dolce, la morte, la morte è un Mastro di Germania, grida: cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria, così avrete nelle nubi una tomba, chi vi giace non sta stretto

“Varsavia, 28 aprile 1943.
Io, Yossl, figlio di Dovid Rakover di Tarnopol, discepolo del rebbe di Ger e discendente dei giusti, dotti e santi delle famiglie Rakover e Meisls, scrivo queste righe mentre le case del ghetto di Varsavia sono in fiamme, e quella in cui mi trovo è una delle ultime che ancora bruciano.
[…] Il fuoco concentrico sbriciola e distrugge velocemente i muri intorno a me.
[…] Dai raggi di sole acuminati come lance, rosseggianti, che penetrano attraverso la piccola finestra mezzo murata della mia stanza, dalla quale abbiamo sparato al nemico per giorni e notti, capisco che ormai deve essere sera, poco prima del tramonto.
[…] In un bosco dove mi ero nascosto, incontrai di notte un cane, malato, affamato, forse anche impazzito. Entrambi sentimmo subito la comunanza, se pure non la somiglianza della nostra condizione. Si appoggiò a me, affondò la testa nel mio grembo e mi leccò le mani. Non so se ho mai pianto come quella notte: mi gettai al suo collo e scoppiai in singhiozzi come un bimbo.
[…] Il giorno ci consegnava ai nostri persecutori.
[…] In quell’eccidio venuto dall’aria morirono mia moglie e il piccino di sette mesi che teneva in braccio; altri due dei cinque figli che mi rimanevano sparirono quel giorno senza lasciare traccia. Si chiamavano Dovid e Yehudah, uno di quattro anni, l’altro di sei.
[…] Gli altri miei tre figli morirono nel giro di un anno nel ghetto di Varsavia. Rohele, la mia figlioletta di dieci anni, aveva sentito dire che nei bidoni dell’immondizia, al di là del muro del ghetto, si potevano trovare pezzi di pane.
[…] Ora è giunto il mio momento e come Giobbe posso dire di me, e non sono il solo a poterlo dire, che torno nudo alla terra, nudo come nel giorno della mia nascita.
[…] Non posso dire, dopo avere assistito a tanto, che il mio rapporto con Dio non sia cambiato, ma posso affermare con assoluta certezza che la mia fede in lui non è mutata assolutamente.
[…] Ora quello che ho con Dio è il rapporto con uno che anche a me deve qualcosa, che mi deve molto.
[…] Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti. Il mio rapporto con lui non è quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro.
[…] Perciò concedimi, Dio, prima di morire, ora che in me non è traccia di paura alcuna e la mia condizione è di assoluta calma interiore e sicurezza, di chiederTi ragione, per l’ultima volta nella vita: Che cosa ancora, sì, che cosa ancora deve accadere perché Tu mostri nuovamente il Tuo volto al mondo?
[…] Queste sono le mie ultime parole per Te, mio Dio colmo d’ira: Non Ti servirà a nulla! Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te, io invece muoio così come sono vissuto, pervaso da un’incrollabile fede in Te.
Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, della verità e della giustizia, che presto mostrerà di nuovo il suo volto al mondo e ne scuoterà le fondamenta con la sua voce onnipotente.
Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. Nella Tua mano, Signore, affido il mio spirito”.

“A volte i convogli erano treni di pochi vagoni, sigillati in metallo. Sul pavimento avevano gettato, per uno spessore di cinque o sei centimetri, calce viva”

L’Europa è un immenso occhio che serra la sua palpebra, stritolando carne ossa membrane ricordi. Questo trionfo a lungo atteso.
L’Europa dall’alto è una tavola d’alluminio, piatta, flessibile, con un buco al centro in corrispondenza di Berlino, un cerchio minimo e vuoto, da cui esce la voce di Adolph Hitler che dice, dopo averle scritte, le parole: “Il giudeo è una razza ma non un uomo”.

Sulla piattaforma dell’Europa si prescinda dai confini, la osserviamo come un vigile satellite dall’alto, la facciamo nostra con la vista monocola della mente. Prescindiamo dalle rotte militari degli aerei. Prescindiamo dalle divisioni armate, dai panzer, dagli schieramenti, dai fuochi di città secolari dove sinagoghe sono collassate per le fiamme azzurre delle insensate tarme umane, tedesche rumene italiane ucraine polacche bulgare baltiche. È un immenso tramonto baltico in cui vediamo svilupparsi le linee di un albero tristo, nero, rami minimi che si congiungono a rami principali e si snodano e percorrono, come linee di crepatura, l’immenso continente che fa quanto fa e non guarda. Queste linee sono binari, su quei binari i convogli, su quei convogli i deportati. A migliaia, centinaia di migliaia – milioni, infine. L’albero è senza apparente tronco: un insensato fiorire verso est di rami senza apparente coerenza. Il tronco esiste, è verticale, fatto di vuoto, sorge sotto il continente Europa, è fatto di aria, della voce di Adolph Hitler che risuona nel cavo di questo tronco, eco in andata e ritorno, voce astratta e metallica che dice e ripete, allontanandosi avvicinandosi: “Un popolo di razza pura, che sia consapevole della sua purezza, non sarà mai assoggettato dall’ebreo. Egli non potrà che essere il signore di popoli bastardi”.
Su quei convogli, io sono.
Oltre, la visione mentale si arresta. Un passo oltre il nome del campo di concentramento e sarebbe l’oscenità.
Istruzione per tutti gli scrittori: sia ammainata la finzione, la fantasia, oltre la linea che divide il territorio dal campo di sterminio. Chi non compie quest’opera di testimonianza cieca è osceno. Maledizione su di lui.

Umano tronco che sente pena. Tronchi che sentono pena.

Convoglio per Auschwitz-Birkenau, Polonia.
Convoglio di deportati: circa duemila, duemilacinquecento prigionieri per treno. Spesso leziosamente quanto anodinamente detti trasporti, composti da vagoni merci contenenti dalle ottanta alle centoventi persone. Convogli blindati, piccole fessure rettangolari verso il soffitto del vagone, da cui fare entrare l’aria. Penuria di ossigeno. Rari i rifocillamenti. Caldo soffocante. Viaggio compiuto in una media oscillante tra i dieci e i quindici giorni. Anziani morenti, deceduti durante il tragitto. Pianti di bambini assetati. Corpi degli anziani deceduti in rigor mortis, quindi in stato colliquativo. Assenza di luoghi deputati all’escrezione. Zaffi permanenti nel caldo afoso di urina quasi ammoniacale, gas dolciastri provenienti dai corpi morti caduti distesi e non toccati. Zaffo di merda. Tutti si spogliano per il caldo. I bambini assetati. Manca l’acqua, le lingue si appiccicano al palato. I bambini perdono muco e feci. Alcune donne in mestruo perdono sangue e tentano di nasconderlo mentre riga loro le cosce.

Io arrivo con gli abili, con i non-abili condannati a morte all’entrata del campo di sterminio, dove morirono più di un milione e centomila persone, Auschwitz-Birkenau: e non vedo più, nera una barriera mi impedisce la vista, una barriera oscura radiante, radiazione di male che preme le tempie e i padiglioni auricolari, non vedo, non è possibile descrivere.

Vi raggiungo con altra preghiera, Santissimi.
Innocenti: bambini, tutti.

Io sono sui convogli. Io annuso gli effluvi di materia organica, questo predisfacimento ottenuto con ostinata predeter-minazione.
Io tocco il progetto, Adolph Hitler.
Io, colmo di compassione, a distanza di cinquantatré anni dal momento in cui davvero questa carne che vedo si disfa e le costole incominciano il loro percorso di emersione e i lipidi bruciano e il letame, la diarrea, invade il pavimento del convoglio, e i bambini stridono.
Io sono su convogli che percorrono l’Europa, la cieca facitrice che, dopo questo ultimo, fatale, a danno di chi è altro, passo, non compie più un passo. Io ho visto le nazioni compiere non più un passo da questo momento in cui ravvedo un medico della Judenrampe ispezionare i denti all’anziana ungherese con la fascia stellata di giallo, la stella di David in panno lenci giallo.
Nessuno riconoscerà più l’altro. La crepa è aperta. La non-persona, sconfitta, si è garantita la vittoria postuma. Tutte le nazioni raccolgono silenziosamente la sua eredità, la nascondono in casseforti segrete, la praticano diluita, la emettono gassosa, atmosferica.
Uomo non sente più uomo.

E io vado per convogli. Le destinazioni accavallano nomi sconosciuti.
Arbeitsdorf, Germania.
Flossenbürg, Germania.
Westerbork, Olanda.
Bardufoss, Norvegia.
Kaunas, Lituania.
Mittelbau-Dora, Germania.
Natzweiler-Struthof, Francia.
Klooga, Estonia.
Oranienburg, Germania.
Buchenwald, Germania.
Herzogenbusch, Olanda.
Grini, Norvegia.
Kaufering/Landsberg, Germania.
Bełżec, Polonia.
L’viv, Ucraina.
Chełmno, Polonia.
Bergen-Belsen, Germania.
Mauthausen-Gusen, Austria.
Płaszów, Polonia.
Bolzano, Italia.
Riga-Kaiserwald, Lettonia.
Maly Trostenets, Bielorussia.
Risiera di San Sabba, Italia.
Sachsenhausen, Germania.
Bredtvet, Norvegia.
Stutthof, Polonia.
Majdanek, Polonia.
Breendonk, Belgio.
Neuengamme, Germania.
Theresienstadt, Repubblica Ceca.
Osthofen, Germania.
Breitenau, Germania.
Varsavia, Polonia.
Lager Sylt, Isola del Canale.
Falstad, Norvegia.
Gross-Rosen, Germania.
Hinzert, Germania.
Jasenovac, Croazia.
Langenstein Zwieberge, Germania.
Le Vernet, Francia.
Malchow, Germania.
Ravensbrück, Germania.
Sobibór, Polonia.
Niederhagen, Germania.
Treblinka, Polonia.
Dachau, Germania.
Vaivara, Estonia.

“È successo un pomeriggio, proprio mentre finivo di lavorare. Alla stazione regnava un silenzio irreale”.

“Le fosse erano troppo piene, la cloaca sgocciolava davanti al refettorio. C’era un odore nauseabondo… Davanti al refettorio… Davanti al loro baraccamento”.

“L’uomo urla, piange, mendica, si nasconde nelle grotte, si rannicchia nei fossati, fa di tutto per sfuggirgli: ma Jahvè è piantato come un pugnale nel suo cuore”.

Dal centro del buco vuoto Europa, dal centro di questo ciclone buio, la voce atona di Adolf Hitler urla le parole che ha scritto: “Se gli ebrei vivessero soli su questa terra, essi morirebbero soffocati dalla sporcizia e dalla sozzura, cercherebbero di eliminarsi, pieni d’odio, combattendosi il figlio contro il padre, il fratello contro il fratello”.

“Quando entravano nello spogliatoio, appariva loro un vero e proprio Centro Internazionale d’Informazione. Ai muri erano fissati dei ganci, ognuno dei quali portava un numero. Sotto, delle panche di legno perché la gente potesse spogliarsi ‘più comodamente’, come quelli dicevano. E sui numerosi pilastri di sostegno di quello spogliatoio sotterraneo, erano affissi degli slogan in tutte le lingue: ‘Sii pulito!’, ‘Morte ai pidocchi!’, ‘Làvati!’, ‘Verso la sala di disinfezione’. Tutte quelle scritte avevano l’unico scopo di attirare verso la camera a gas le persone già svestite. E sulla sinistra, perpendicolarmente, la camera a gas, munita di una porta massiccia.
Nei crematorii II e III, le cosiddette ‘SS addette alla disinfezione’ introducevano i cristalli di gas Zyklon dal soffitto, e nei crematorii IV e V da aperture laterali. Con cinque o sei cassette di gas uccidevano duemila persone. Gli ‘addetti alla disinfezione’ arrivavano in un veicolo segnato da una croce rossa e scortavano le colonne per fare loro credere che li accompagnavano al bagno. Ma in realtà la croce rossa non era che finzione: essa mascherava le cassette di Zyklon e i martelli per aprirle.
La morte per gas durava da dieci a quindici minuti.
Il momento più terribile era l’aertura della camera a gas, quella visione intollerabile: le persone, schiacciate come basalto, blocchi compatti di pietra.
Come crollavano fuori dalle camere a gas!
L’ho visto parecchie volte. Era la cosa più penosa di tutte. A questa non ci si abituava mai. Era impossibile.
Bisogna immaginare: il gas, quando incominciava ad agire, si propagava dal basso in alto. E nella lotta spaventosa che allora si scatenava – perché era una lotta – nelle camere a gas toglievano la luce, era buio, non ci si vedeva, e i più forti volevano sempre salire, salire più in alto. Certamente sentivano che più si saliva meno mancava l’aria, meglio si poteva respirare. Si scatenava una battaglia. E nello stesso tempo quasi tutti si precipitavano verso la porta. Era un fatto psicologico, la porta era lì… ci si avventavano, come per forzarla. Irreprimibile istinto in quella lotta contro la morte. Ed è per questo che i bambini e i più deboli, i vecchi, si trovavano sotto gli altri. E i più forti sopra. In quella lotta di morte, il padre non sapeva più che suo figlio era lì, sotto di lui.
E quando si aprivano le porte, cadevano… cadevano come un blocco di pietra… una valanga di grossi blocchi che cadono da un camion. E dove era stato versato lo Zyklon, era vuoto. Nel posto dei cristalli non c’era nessuno. Sì, tutto uno spazio vuoto. Evidentemente le vittime sentivano che in quel punto lo Zyklon agiva di più. Le persone erano… erano ferite, perché nel buio avveniva una mischia, si dibattevano, lottavano. Sporchi, insozzati, sanguinanti dalle orecchie, dal naso. Certe volte si notava pure che quelli che giacevano al suolo erano, a causa della pressione degli altri, totalmente irriconoscibili… Sì, vomito, sangue. Dalle orecchie, dal naso… Anche sangue mestruale forse, no, non forse, certamente. C’era di tutto in quella lotta per la vita… quella lotta di morte.
Era atroce da vedere. Era la cosa più difficile”.

Nero latte dell’alba noi ti beviamo

“Giacobbe aveva lasciato il campo benedetto e ferito. La ferità è la benedizione!”

Due possibilità sono egualmente escluse: disperare del mondo a motivo di Auschwitz, abbandonando l’antica identificazione ebraica con l’umanità povera e perseguitata; ed abusare di tale identificazione come un mezzo per sfuggire al destino ebraico. È proprio a causa dell’unicità di Auschwitz, e nella sua particolarità ebraica, che un ebreo deve costituire un tutt’uno con l’umanità”.

Lei è stato a Belzec?
“Wirth con i suoi uomini… con Franz, con Oberhauser e Hackenhold, ha sperimentato tutto laggiù. Quei tre dovevano mettere personalmente i cadaveri nella fossa, affinché Wirth sapesse di quanto spazio aveva bisogno.”

“Orrore, orrore, uomo, togliti gli abiti”.

Copriti il capo di cenere, corri nelle strade e danza, còlto da follia.

Sono talmente prostrato, che la mia penna non può più scrivere.
Creatore dell’universo, vieni in mio, in nostro aiuto!

Descrizione di quattro delle sei fotografie conosciute scattate da detenuti in campi di sterminio:
– Da una finestrella aperta sull’esterno, obliqua per la posizione incerta dell’obbiettivo, dal nero dell’interno in cui la foto è stata cautamente scattata senza mirare con l’obbiettivo, gruppo di donne che si stanno spogliando all’esterno, sul nudo terreno. Dietro di loro, alte flessuose betulle e vasta porzione verticale di cielo.
Seguono tre immagini, riprese da una diversa ango-latura: gli alberi sono più folti e più lontani sullo sfondo, i corpi dei cadaveri trasportati fuori della camera a gas vengono fatti bruciare da alcuni SS. Spesso fumo chiaroscuro dall’ammasso di corpi sul terreno corrugato.
Fotografie scattate da un membro non identificato della resistenza polacca ad Auschwitz. Prigioniere fatte spogliare prima di essere condotte alle camere a gas, agosto 1944.
Questa serie di tre fotografie fa parte di una sequenza di quattro immagini realizzate da un gruppo di cinque detenuti. La fotocamera 6×6 fu introdotta nel campo o forse trovata fra i bagagli degli internati e fornita di uno spezzone di pellicola. Fu danneggiato un pezzo del tetto della camera a gas per dar modo a una squadra di operai di ripararlo: durante i lavori fu introdotto l’apparecchio nella camera a gas e nascosto in un secchio. Il fotografo scatta dall’interno della camera a gas attraverso la porta socchiusa e, non potendo mirare, lo fa con la mano tesa verso il basso. L’operazione dura in tutto 20 minuti, poi la fotocamera passa di mano in mano ed esce dal campo. Sopravvivono le quattro immagini descritte.

Fotografie ufficiali a migliaia al momento della liberazione.
Liberazione da cosa?
Come è possibile liberarsi da questo?
Meditazione sull’ultima domanda.
Sopravvissuti a migliaia che ripercorrono al contrario le crepe d’Europa che li hanno condotti ai terminali del progetto.
Volti escavati. Cumuli di cadaveri smagriti lasciati insepolti. Occhi sporgenti, clavicole sporgenti, zigomi sporgenti, òmeri sporgenti, anche sporgenti.
Sguardi incerti simili a certi animali in trappola.
Vivisezione conclusa. Niente può essere concluso, in questo caso.
Zyklon Europa.
Tu, Europa, compi attraverso la non-persona, il progetto covato da lungo tempo, discendi lo scivolo progettato e dimenticato, la fiamma che arde e consuma gli altri, che divide uomo da uomo.
Sforzo immane di ricucire la frattura tra uomo e uomo.
La mia disperazione di scrittore, impossibile con le parole suturare questa ferita, propagata, Europa, fino a oggi, agli anni che con i miei occhi fisici e i miei sensi intatti avverto l’estendersi della crepa, cerco la ricucitura e fallisce. La letteratura fallisce la redenzione della sua stessa colpa. La letteratura è all’origine dell’occidente e della colpa di questo sterminio, è dalla letteratura che prende vita la non-persona, e ciò perché non è stato compreso il Libro.
Europa distesa su catafalco e fotografata con flash da ovunque, in un enorme tempio che si crede ancora abitato dallo spirito, come il cadavere di Eugenio Pacelli che sibi nominem diede Pio XII e tacque dell’orrore europeo perpetrato sugli ebrei e su tutti i deportati: la sua salma, addobbata con i vestimenti rituali, mentre era esposta in San Pietro scivolò di qualche centimetro, si spaccò nel ventre, fuoriuscì liquido colliquativo, il volto smangiato e giallo e magrissimo del Papa cadavere e in San Pietro si allargò in effusione non l’incenso ma lo zaffo del corpo che è morto.

Tu cavalchi un toro morto, Europa, i capelli sfilacciati al vento, sono di stoppa, l’esoftalmo che piange muco, la parte destra del tuo corpo nudo piagata da lividi in cancrena, i linfonodi gonfi come grappoli di uva appassita e dura, a sinistra ponfi, tu lo cavalchi senza respiro, le sopracciglia estinte dal volto dilatato e pastoso, vacue l’iridi, tu cavalchi un toro putrefatto, che perde i polmoni dal ventre squarciato e corre per inerzia inesplicata. Le tue braccia fioriscono tumori, i tuoi denti anneriti. Fulminea trapassando ad arco per terre senza cielo, e decollando in immensa velocità, in accelerazione, con rumore di zoccoli e metallo in concrezione, punta lo sguardo bucefalo il toro oramai svuotato verso ciò che sta di fronte ed è un baratro d’aria, l’abisso orizzontale, la perfezione a cui hai sempre ambìto tu, Europa. Il cranio leso, in più punti le suture scollano lembo da lembo, dài ai fedeli del tuo corpo il tuo corpo, la malattia di un inverno perenne e un’estate senza gocce, aspra la sudorazione che a rivoli riga in acidi la tua pelle che fu alabastro. Oh!, la vicenda dei cuori, Europa, che estratti da umani costati hai passato con filo di ferro e trascini in fila al tuo trotto velocissimo, bissi immagini ripetute e non ti muovi pur accelerando, la fronte che mostra nello squarcio il luogo centrale della gemma strappata, l’osso frontale scheggiato, le unghie scollate, la spina calcanea che fora il callo al tallone, le anche fratturate e tu urli – stridii che uditi distanti captano per gioia o, di sollievo, sospiro. Tu cavalchi un toro irsuto, Europa, morto, di spine in metallo e di sarcomi accesi, le corna consu-mate dal vento e incrinate dal tempo, immen-samente antica e dimentica di questo sei la vecchia, sei la paralitica, sei la terminale consunta, la crisalide non abitata dalla gemma del tempo strappata dalla fronte tua, e calpesti zoccolando nella tua corsa che finisce la piattaforma che ti sei creata di basalti umani, sei milioni di umani appiattiti in basalto, è per te ultimo sostegno, urlando senza voce, sabbia in gola ed è sabbia d’oro, oro che hai inghiottito, tu tutta piombo fatta, vene imbottite in iniezioni di argento, occhi placcati di stagno, capelli induriti in massa con flusso di nichel, lingua di uranii, caviglie in peltro, fatta tutta ferro su un pezzo informe di carne enorme che si staglia e si stacca correndo, verso dove?, aggrappata alle corna di oro decaduto a carbonio tu cavalchi verso lo choc frontale, Europa, l’epidermide di metallo duro e alcalino, toro in putrefazione, verso la sorda nera parete di vuoto che irradia, lì finisci nella tua ambìta perfezione, da tempo.
Noi, i mondani, gli attuali, trascinati, nella soglia di tale salto, noi non ci perdoniamo, noi domandiamo il vostro perdono, Santissimi bimbi.

Ha detto il Maestro Lanzmann: “Non capire fu la regola ferrea a cui mi attenni in tutti gli anni impiegati per elaborare e realizzare il film Shoah. Mi sono aggrappato a questo rifiuto di capire come all’unico atteggiamento possibile, etico e operativo al tempo stesso… ‘Hier ist kein warum’, ‘qui non c’è perché’: Primo Levi racconta che la regola di Auschwitz gli fu insegnata fino dal suo arrivo al campo da una guardia delle SS. ‘Non c’è perché’: questa legge vale anche per chi si assume la responsabilità di una simile trasmissione. Perché l’unica cosa che conta è l’atto di trasmissione, cioè nessun vero sapere preesiste alla trasmissione. La trasmissione è il vero sapere”.

Anime ovunque, fuoriuscite da quegli istanti, da quei giorni mesi anni, da quei luoghi che esulano e invadono, dai buchi neri spalancati per inghiottirvi, dal buco nero della non-persona: io tento di trasmettere la vostra preesistenza, la vostra attuale esistenza, la futura. Siete tra gli asfodeli, nelle metropolitane, siete nell’Ain-Soph senza forma decollate indentrandovi. Non siete in alcun paradiso, siete qui e ora, tra istante e istante, dove non è tempo, ma ciò che regge il tempo. Irradiate la sostanza bambina dell’appartenenza, della beanza che perdona.
Siete il legame.
Siete ciò che rende penultimo l’atto di scrittura, ultimo l’atto di trasmissione.
Siete oltre i numeri, oltre le forme, e i nomi.
Non è dimenticanza, la diversa preghiera che conduco scrivendo qui: è la ricordanza continua, la continua sapienza di essere dove voi siete, fuori dentro sopra sotto le mani che digitano nomi e forme, ritmi e massacri, orditi da mani che scrissero allo stesso modo.
Da questa scrittura prego Dio, che è Uno, non esca che pietà, riconoscimento che l’altro è l’umano.
Accolgo ogni male in me, lo storno dalla vostra memoria, Santissimi.
Uso la parola insufficiente, chiedo che da voi, o steli luminosi!, sia irradiata, chiedo in silenzio, dichiarando il silenzio per una simile parola.
Una parola – lo sapete:
un cadavere.
Laviamolo,
pettiniamolo,
volgiamo il suo occhio
verso il cielo.

 

 

 

Quando gli angeli ebbero finalmente dato il loro consenso alla creazione dell’uomo, Dio disse a Gabriele: “Va’ a prenderMi un poco di polvere ai quattro angoli della terra. Con essa io creerò l’uomo”. Dio stese la mano, raccolse la polvere del suolo e con essa creò il primo uomo.

La polvere fu raccolta di proposito dai quattro angoli della Terra, affinché se un uomo dell’oriente fosse accaduto di morire a occidente o a un uomo dell’occidente di morire a oriente, la terra non potesse rifiutarsi di accogliere il morto e non gli dicesse di andare di là donde era stato tratto. Ovunque un uomo muoia e ovunque sia sepolto, egli ritornerà alla terra dalla quale ha avuto origine.
Inoltre la polvere era di differenti colori: rossa, nera, bianca, verde. Rossa per il sangue, nera per le viscere, bianca per le ossa, verde per il colore livido della pelle.

[…] Raccolse poi una manciata di terra dal punto in cui sarebbe sorto nel tempo futuro il Beth Ha mikdash, dicendo: “Trarrò l’uomo dal luogo dell’espiazione, affinché possa sussistere”.

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